Il mio primo ricordo dei numeri è nel negozio di mia nonna: mentre lavorava, per tenermi occupato mi dava pagine di operazioni da risolvere, a mente o con carta e penna. Trovare il risultato mi dava una sensazione di completezza che non ho mai smesso di cercare. Ancora oggi, davanti a un problema, parto dalla convinzione che una soluzione esista. E quando non la trovo, ho imparato a cambiare prospettiva: forse è la domanda a essere sbagliata.
A undici anni facevo caffè in un bar di Cesenatico: asciugare un cestello di bicchieri mi comprava dieci minuti con gli amici. I miei genitori gestivano attività e il lavoro, in casa, faceva parte della vita. Da lì vent'anni nella ristorazione, di cui tredici alla direzione di locali a Sydney. Ho imparato ad affrontare i problemi quando arrivano, perché dopo di te non c'è nessuno: the buck stops with you. E a leggere i numeri per capire cosa funziona, cosa no e dove vale la pena cambiare.
Dopo il Covid ho deciso di esserci di più per la mia famiglia, soprattutto per le mie figlie. Sono tornato a studiare, prima finanza, poi matematica e statistica, conseguendo due diplomi mentre continuavo a lavorare. Sono entrato nel mondo dei dati, lavorando per enti pubblici e grandi aziende. Dopo vent'anni di esperienza sono ripartito da principiante, ma non da zero. Mi sono portato dietro la capacità di leggere le persone, di capirle anche senza parole. Una sensibilità che davanti a uno schermo non si impara.
Oggi aiuto le piccole attività a semplificare il lavoro attraverso dati e tecnologia, per restituire tempo alle persone, alle famiglie, alle loro passioni. Ho imparato a leggere i numeri per capire le attività, e a leggere le persone per capire cosa conta davvero. È da questo incontro che parto, prima di analizzare, esplorare le possibilità, scegliere e costruire. Con una regola: i numeri che contano sono quelli del cliente. Altrimenti la soluzione sarebbe la mia, non la sua.